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“Ci sono due modi radicalmente opposti di porsi di fronte ad un’opera del passato: il primo cerca di trasporla al presente, il secondo cerca di vederla con gli occhi dell’epoca in cui è nata cercando di restituire l’opera conformemente allo spirito dell’epoca della sua creazione”. N. Harnoncourt
E’ stato proprio questo il punto di partenza per affrontare la nostra registrazione. Abbiamo immaginato di viaggiare indietro nel tempo e trovarci di fronte a della musica nuova, mai scritta prima, cercando in qualche modo di liberarci di due secoli di storia della musica. Ci siamo messi nei panni di musicisti e di un pubblico che non conosceva la musica di Schubert o Brahms, di uomini cresciuti e vissuti nel Settecento. Ecco quindi il bisogno di ritrovare tutti quegli elementi retorici e stilistici propri della musica barocca e la necessità di cercare un suono che potesse essere il più vicino possibile a quello che nella loro immaginazione i compositori ascoltavano, cioè il suono prodotto dagli strumenti musicali del loro tempo.
Abbiamo quindi scelto di utilizzare sui nostri preziosi strumenti corde di budello non rivestito, di portare l’accordatura a 430 hz (il pich dell’epoca classica), e soprattutto di usare degli archi classici che a mio avviso sono i maggiori responsabili nella ricerca del suono, in quanto determinano con la loro particolare articolazione un fraseggio sensibilmente differente dagli archi moderni.
E’ chiaro che utilizzare delle corde in budello nudo non garantisce da solo un “suono dell’epoca”, poiche’ questa disposizione era ancora in uso a Vienna all’inizio del XX secolo. Per ottenere un suono che si avvicini il piu’ possibile a quello conosciuto da Mozart, non è sufficiente che gli strumenti siano stati oggetto di una ricostruzione storica minuziosa, ma c’è bisogno soprattutto che gli interpreti cerchino di avvicinarsi alla prassi in uso all’epoca, mettendo in gioco una quantità di elementi come la conoscenza dei trattati e della prassi antica, una conoscenza storica e musicologica, ma soprattutto una sensibilità appropriata.
Il trattato di Leopold Mozart è stato di grande aiuto, nella preparazione del lavoro. Soprattutto i capitoli che trattano degli abbellimenti e delle ornamentazioni, il suo impegno costante nella ricerca del “giusto effetto” attraverso un appropriato fraseggio, fanno pensare al ruolo decisivo nella formazione e nello sviluppo del genio di W.A., ma soprattutto fanno pensare che nella “Violinschule”vi sia contenuta la formula del “filtro magico” che ha consegnato uno dei più grandi geni all’umanità.
E’ indubbio che questo nostro viaggio intrapreso con convinzione, curiosità e dedizione, sia stato di grande stimolo; spero ci abbia aiutato a rendere giustizia a questi quartetti, ma soprattutto a renderli vivi in quanto espressioni viventi della loro epoca.
Marco Serino